Dic 122011
 

Sono nell’ombra. Sono quasi sconosciuto e mi cullo nel mio anonimato. La mia mano sinistra pende inerte dal manubrio e si appoggia alla mia gamba, mentre il polso destro parzializza il gas in un’andatura tranquilla e morigerata.

I sibili di moto lontane immancabilmente si avvicinano e mi scavalcano facendomi partecipe dell’effetto Doppler che assoggetta i loro rombi. Probabilmente non notano la scritta sulla mia tuta, e sicuramente non quella sul cupolino. Sfrecciano incoscienti su strade rettilinee, tronfi e pieni di sé.

Li lascio fare, li lascio andare, ma non dimentico. Il mio momento arriverà, ma non qui. Non in strada e soprattutto non su un rettilineo. E poi ho altro a cui pensare adesso: devo sentire le mie sospensioni come lavorano alle alte e basse velocità, settare la risposta della leva del freno, e immedesimarmi con i 170 Kg di tecnologia pulsante che sto guidando. Diventare un tutt’uno con la mia moto e avvertirne ogni sbavatura, ogni minima imperfezione e carpirne i punti di forza.

Set-up dopo set-up per migliorare la risposta in estensione, controllare l’affondamento della forcella… Un quadernone in garage riporta meticolosamente tutte le prove svolte, tutti i click, tutti i parametri variati  (sempre uno a uno) per poter trovare un buon punto di partenza in ogni situazione. Le ore scorrono veloci con le brugole in mano. La chiave da quattordici morde i bulloni del precarico, il cacciavite a taglio lavora sulle regolazioni, e l’idraulica della forcella viene sconvolta.  I numeri abbozzati in inchiostro blu riempiono un’altra scheda che riporta la data odierna, quella prima del gran giorno.

Il livello dell’olio lo controllo 2 volte, riabbocco e ricontrollo fino a che la tacca del massimo non si ubriaca di molecole sintetiche. La tensione della catena è perfetta, i 25 mm di gioco sono univocamente determinati con precisione micrometrica, le maglie sono bianche di lubrificante e pronte a ingranare su corona e pignone.

Riapro il quadernone sulla tabella della pressione delle gomme. Controllo le righe dedicate al tracciato che affronterò domani e ripercorro mentalmente l’ultima volta. Pochi appunti chiarificano gli ultimi dubbi rimasti: sole – 27°C – K2 INT. -2.1 ANT- 1.7 POST.

L’indomani il mio momento finalmente arriva.  Stavolta però mi noterete. Vi accorgerete che avete staccato troppo presto perché una moto nera vi infilerà senza pietà col posteriore che sbanda. Avrete voglia di migliorare la vostra velocità in percorrenza perché quella fottuta Daytona alla corda se ne va via. Proverete a sfondare il gas dei vostri 1000 cc per raggiungerla in riapertura, ma sarà troppo tardi. Vi avvicinerete, questo sì, e sarete in prima fila quando lo slider in titanio sul mio gomito manderà le sue scintille strofinandosi sull’asfalto.

Solo allora, e neanche un istante prima, vedrete finalmente la scritta sulla mia tuta, e vi domanderete chi sono. La scritta sul mio cupolino vi schiarirà le idee quando verrete a cercarmi nel paddock.

Si, sono quello che avete sverniciato sui rettilinei stradali. Sono quello che avete guardato con occhi arroganti, appoggiati alle vostre supersportive, mentre mi prendevo un aperitivo in Vespa. Son quello che ha le mani sporche di grasso, e i pantaloni della tuta da ginnastica con le ginocchia sfondate a furia di ore piegato in garage a controllare e ricontrollare la mia moto. Sono quello che ha passato le ore a imparare ad usare i cavalli che aveva a disposizione anziché a cercare modi per aggiungerne altri al mio motore. E si, sono quello che vi ha appena superato in pista, su quella curva, col gomito a terra.

In una parola, sono il Carogna.

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