Apr 282017
 

Solo un’unica cosa può eguagliare la grandezza della mia emozione di partecipare alla Boston Marathon: la delusione che ho provato al traguardo.

Ma andiamo per gradi.

Sabato e Domenica

Il viaggio incomincia il sabato mattina con i miei amici Marco e Raffaele che mi accompagnano a Malpensa. Sono visibilmente emozionato e carico e stemperiamo un po’ di tensione con una colazione al tiepido sole. Il viaggio prosegue nel migliore dei modi, check in fast-track, lounge e volo in orario (anzi pure un po’ in anticipo) fino a Newark. Anche qui sembra un sogno, nemmeno una persona davanti all’immigration and customs control, cosa assolutamente mai capitata.

Lo scalo del New Jersey è disseminato di giacche Adidas di vari colori, ma tutte immancabilmente con un un grande unicorno ricamato: sono tutte le persone in viaggio per Boston che sfoggiano i trofei degli anni precedenti. Il volo per il Logan parte e arriva in orario e mi infilo subito in un taxi per raggiungere il mio hotel downtown dove finalmente posso rilassarmi dopo circa 14 ore di viaggio. Sono le 18 locali circa, per me mezzanotte, quindi faccio uno spuntino e mi infilo a letto.

Il giorno dopo mi sveglio chiaramente di buon’ora e dopo una corsetta per scaricare la tensione, mi reco alla Expo per ritirare il pettorale e quant’altro…. Appena messo fuori il piede dall’hotel noto immediatamente la città agghindata a festa. Ovunque è un tripudio di giallo e blu, di “welcome runner” e di “Boston Strong” che dipingono a festa la città.

Mi incammino per Boylston Street e ovunque vedo podisti come me, gente che mi sorride e  di colpo il cuore aumenta i suoi battiti quando incontro la linea del traguardo della maratona. C’è una discreta folla sulla finish line e anche io mi fermo per farmi scattare alcune foto di rito.

Entro quindi nella Expo e ritorno a provare la stessa sensazione di quanto a 5 anni mia madre mi portava al GiraGola, il locale negozio di caramelle…. Inizia l’euforia, i miei occhi vedono troppe cose belle in troppo poco spazio. Barrette regalate, tutti i modelli di scarpe pronti a disposizione da provare e con livrea speciale per Boston, i nuovi GPS ancora non sul mercato italiano…. e ancora integratori, capi tecnici in sconto… mi gira la testa anche solo a ripensarci.

Risultato: 2 paia di scarpe e troppo tempo sulle gambe! Ma come resistere!?

Con il portafogli più leggero (ancora solo virtualmente), mi chiama un vecchio amico di Denver che per l’occasione è a Boston e insieme pranziamo anche con altri podisti che mi presenta.

Il pomeriggio scorre pigro, tra una limonata (ovviamente fatta al momento al chiosco) e un libro, seduto al sole del Boston Common.

Beh se avete avuto la pazienza di leggere fino a qui… oramai meritate di conoscere il resto 🙂

Lunedì

Mi sveglio intorno alle 5, il che è molto buono, considerando che devo prendere la navetta per Hopkinton tra le 6 e le 6:30.

Appena sveglio guardo il meteo… 23°C e sole… COSA??? 23 °C??? Ma sono le 5 del mattino!?

Conscio del fatto che farà un caldo assurdo, faccio la solita colazione collaudata e successivamente mi incammino al deposito borse e poi verso una fila interminabile di School Bus che ci portano in circa 75 minuti alla cittadina dove parte la gara.

C’è ancora un bel po’ di tempo per rilassarsi e rifocillarsi alla villaggio atleti (equipaggiato per ogni necessità: caffè, bagels, integratori, bevande, crema solare…) fino quando alle 9:05 si aprono i cancelli che immettono nelle gabbie di partenza gli atleti della Wave 1.

Mi incammino tra case in legno decorate e già persone sedute in veranda che inneggiano a noi atleti. Il clima è magico, ci si sente parte di qualcosa di speciale. La gara è quasi fisicamente vissuta dalla gente che incontro, una festa infinita di sport e multiculturalità: ogni atleta è benvenuto e ammirato. Abbiamo veramente molto da imparare!

Riesco a fare un minimo di riscaldamento (inadeguato e troppo anticipato) in stile criceto, facendo su e giù in circolo ed insieme a circa altri 100 podisti, su e giù per circa 150 metri di strada… Entro quindi in griglia, esattamente davanti all’uscita del quartier generale dei top runner che mi sfilano a pochi cm, per prendere a loro volta posto davanti.

Parte l’inno nazionale. Già sono sudato sotto il sole, il cartello dice 80°F e 85% umidità… Contemplo qui numeri sperando di sbagliarmi sulla conversione in Celsius, ma sicuro invece di averla calcolata perfettamente… E mancano 5 minuti alle 10.00…L’inno si chiude tra gli appluasi e due F-15 a bassa quota sfrecciano in formazione affiancata sopra di noi per poi aprirsi a ventaglio. BANG! Si parte.

La marea umana è inimmaginabile e, a differenza del solito, non diventa gradualmente rarefatta fino a degradarsi e a lasciarmi quasi solo, ma continua solida. E’ praticamente impossibile correre come si vuole almeno per i primi 3 km. Il caldo fa già male e già aspetto il primo ristoro.

La prima parte del percorso è parzialmente in ombra tra sali-scendi più o meno lievi e cittadine in pieno stile New England. Ashland e Framingham passano svelte e comincio a sentire  veramente caldo opprimente lungo il lago Cochituate, verso il 15° Km. Tutto normale, prima piccola crisi  che come arriva passa ma che si porta dietro parecchi liquidi.

Si entra a Natick e ancora una super-folla ci incoraggia e ci porta fino alla linea della mezza-maratona che attraverso più o meno “in orario”. Anzi, circa un minuto più lento del solito, come da programma, per stare un filo conservativo in vista della parte veramente dura. Il termometro segna intanto 85°F… si esatto siamo quasi a 30°C…

Dopo lo spit si iniziano già a sentire le urla impressionati delle “Ragazze di Wellesley”, punto iconico incredibile del percorso. Le ragazze si sbracciano per darti il cinque, per abbracciarti, per baciarti… I cartelli “KISS ME” sono innumerevoli, così come ragazze semi-nude coperte solo da cartoni con scritte del tipo “Run fast and we’ll drop the signs”.

Il tifo è così indiavolato e le braccia protese che bisogna fisicamente spostarsi verso il centro della carreggiata per non essere avvinghiati e rallentati dal calore e dall’euforia degli ormoni delle ragazze.

La gente lungo il percorso inizia ad allugare anche bicchieri e bottiglie di acqua e credo sia anche grazie a loro che, in un secondo tempo, sono riuscito a proseguire.

Il crono è ancora buono, ma inizio veramente a sentire le gambe a pezzi. Un dolore diverso dal solito, mai provato. Veramente muscolare, i sali e scendi hanno messo a dura prova le mie fibre da “uomo di pianura”; il mio allenamento non è stato probabilmente adeguato.

Arrivo a Newton sudato e bagnato come un pulcino, il sole scotta sul serio (nonostante la crema solare infatti sarò poi rosso per 3 giorni 🙂 ) e ho veramente male alle gambe a correre. Ma è una maratona, quindi il facile e indolore non è contemplato. Teniamo il ritmo!

Quanto meno fino alla Fire Station… Poi iniziano le salite vere, e tutto crolla al 16-esimo miglio. Sarà il caldo, sarà il vento, sarà quello che vuoi… ma non ero pronto a tanto, quantomeno non con tutto quanto sommato. Crollo. Per fortuna una signora mi allunga un sacchettino pieno di ghiaccio che riesco a strofinarmi sul collo e viso. Rallento di 30″/km e la discesa che segue pianta aculei nelle mie gambe… e quando il dolore è veramente forte, davanti a me appare HeartBreak Hill.

Rallento ulteriormente e arrivo in cima, la salita è lunga e faticosa, ma sinceramente quella di Newton Lower Fall è stata per me peggiore.

Da questo punto il percorso dovrebbe essere più facile e prevalere la discesa, ma purtroppo con le gambe che mi trovo, ogni passo è dolore fisico da sopportare. Faccio veramente fatica per il male, non la resistenza o il fiato, per la prima volta è il dolore muscolare che mi frena.

Attorno a me vedo moltissimi podisti camminare, zoppicare e cadere. Non avevo mai visto svenimenti o perdita di sensi in diretta, ma purtroppo negli ultimi 5 Km oggi è veramente comune e le sirene sono ovunque.

Mancano 3 Km e non ne ho veramente più. Rallento ancora e la distanza residua è cosi lenta a scendere sul display che penso seriamente a fermarmi. L’unico successo della mia gara sono questi 3 Km finali: non mi sono fermato, non mi sono messo a camminare e nonostante un dolore mai provato ho continuato a correre come potevo.

Finalmente transito sotto il cartellone CITGO, manca 1 miglio. Ma è così lungo… Si svolta verso Boylston Street, vedo il traguardo e alzo le braccia al cielo. Un gesto mai compiuto, un gesto che mai immaginavo di fare… Sarà stata la liberazione, la presa di coscienza di avercela comunque fatta ad arrivare a quella dannata linea blu e gialla.

Le braccia al cielo si sono protratte fino dopo il traguardo, trasformandosi direttamente nell’abbraccio ad un medico volontario che mi ha fermato e dato abbondanti dosi d’acqua dicendomi che presentavo tutti i segni di un colpo di calore e che dovevo subito re-idratarmi all’ombra.

La mia Boston Marathon è finita, non come avrei voluto, non come avevo pianificato e sicuramente senza ripagarmi di tutti i sacrifici e gli sforzi compiuti per esserci e essere veramente pronto. E’ finita però anche con la consapevolezza di averci provato, di non aver mollato e di aver tenuto duro. La forza mentale è riuscita a compensare quella fisica e almeno questo me lo devo.

Non ho voglia né necessità di cercare giustificazioni: è stato il caldo, l’ umidità, il vento contrario, le salite, il fuso… Come solo chi l’ha corsa può capire, il tutto si riassumere in una parola: è Boston.

Chiudo ricordando lo slogan più famoso dell’evento:  BOSTON STRONG! Beh non mi resta che essere STRONGER, rialzarmi e ricominciare per un nuovo traguardo!

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