Ott 242011
 
E’ proprio mentre stai andando a lavorare e ti trovi davanti un Daily della San Carlo che la realtà, fredda e spietata ti ricade addosso.
L’immagine di Simoncelli sorridente sul retro del furgone è sempre la stessa, ma il suo significato è radicalmente cambiato.
Marco ieri se n’è andato, ci ha lasciato mentre faceva quello che più amava, mentre viveva i suoi 5 minuti valevoli di una vita intera.

Marco è morto perché stava vivendo. Non è morto perché correva, non è morto perché era in pista e non è morto perché era su una moto.
Si sente spesso, e ieri ovviamente più del solito, parlare di sicurezza, di corse e della pericolosità della moto. Magari dalle stesse persone che non indossano gli indumenti di sicurezza al lavoro e che la sera guidano dopo aver bevuto.
Si può far tanto per diminuire il pericolo, si possono adoperare dispositivi attivi e passivi, studiare vie di fuga, manovre di emergenza ecc, ma non si  può mai escluderlo.
Le fatalità, l’innescarsi di tragiche coincidenze (apparentemente impossibili) non ci è dato modo di evitarle. Semplicemente ci sono e fanno parte della vita.
I piloti lo sanno, ma forse son gli unici che lo tengono a mente. Tutti noi lo sappiamo, ma ci viene comodo dimenticarcene e relegare a chi corre il concetto di pericolo, in modo da poterci cullare nell’apparenza che a noi certe cose non riguardano, che siamo al sicuro.
Io credo che nessuno di noi è mai al sicuro. Al lavoro, in auto e in strada siamo costantemente vulnerabili, proprio come i piloti.
L’incidente di Marco e la notizia della sua morte mi hanno davvero sconvolto come motociclista, ma soprattutto come uomo.

” Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”. 
                                                                 – Marco Simoncelli –
Ciao Sic.
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